Perché merito ed equità qui generano solo polemica

L’efficacia di un sistema educativo dovrebbe misurarsi anche in termini di mobilità occupazionale e sociale che produce. La scuola funziona bene (anche) quando consente ai giovani di raggiungere traguardi accademici e lavorativi indipendenti dal background sociale e dalle condizioni economiche della famiglia di origine.

Il Messaggero

L’INTERVENTO
«La società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi della scuola e nell’università. (…) Bisogna finalmente dare piena attuazione all’articolo 34 della Costituzione, per il quale i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. L’eguaglianza più piena è destinata a durare nelle generazioni; oggi più che mai è l’uguaglianza delle opportunità».
Queste parole, pronunciate dal neo-Presidente del Consiglio Enrico Letta nel corso del dibattito sulla fiducia al Governo, forniscono qualche speranza sul fatto che si possa finalmente aprire nel nostro Paese un serio dibattito su scuola e merito. E proprio oggi, alla Fondazione Cini a Venezia, i Cavalieri del Lavoro offrono la prima occasione per un confronto importante, con il convegno annuale dedicato a “Una scuola più europea per la competitività e una cittadinanza attiva”, al quale parteciperà il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza.
Parlare di meritocrazia nella scuola italiana scatena da sempre enormi polemiche e dibattiti confusi. L’istruzione, che per sua natura dovrebbe essere palestra di confronto, è purtroppo terreno di scontro ideologico tra i sostenitori di due valori considerati, erroneamente, antitetici: merito ed equità. Al contrario, la mobilità sociale generata dalla valorizzazione dei capaci e meritevoli nella scuola è un fondamentale strumento di equità.
L’efficacia di un sistema educativo dovrebbe misurarsi anche in termini di mobilità occupazionale e sociale che produce. La scuola funziona bene (anche) quando consente ai giovani di raggiungere traguardi accademici e lavorativi indipendenti dal background sociale e dalle condizioni economiche della famiglia di origine.
Questa prospettiva soddisfa entrambe le istanze: tanto la promozione del merito, quanto il sostegno dell’equità. In Italia, invece, sono ambedue frustrate: l’Ocse colloca il nostro paese al penultimo posto in Europa in materia di mobilità sociale, segno che il destino occupazionale e retributivo dei giovani è ancora legato a doppio filo alle condizioni delle famiglie d’origine.
In Italia la correlazione intergenerazionale, sia nel livello di istruzione che in termini di reddito e professione, è molto elevata. Solo il 10% dei ragazzi il cui padre non ha intrapreso la scuola superiore riesce ad ottenere la laurea (35% in Francia, 40% nel Regno Unito). Molte professioni sono quasi “ereditarie”: il 44% degli architetti è figlio di architetti; e così tra gli avvocati (42%), i farmacisti (41%), i medici e gli ingegneri (39%).
Tra le prime questioni di cui il neo-ministro dovrà occuparsi ci sono proprio le scelte di lungo termine sugli obiettivi e le strategie dell’istruzione, anche in collegamento con gli sbocchi lavorativi e professionali.
Ne suggeriamo una: posticipare il momento della scelta della scuola secondaria superiore, così da legarla di più al talento e alle attitudini del giovane, e meno allo status della famiglia d’origine. In Italia il passaggio fra scuole medie e superiori crea distorsioni ed effetti negativi destinati a influenzare l’intero percorso educativo, lavorativo e retributivo del giovane. I figli di laureati hanno la probabilità di studiare in un liceo di circa il 30% superiore a quella dei coetanei che provengono da famiglie meno istruite. I dati dimostrano che quanto prima avviene la “scelta” della scuola superiore, tanto più essa è influenzata dal contesto socio-economico di provenienza.
Altro aspetto fondamentale è il “ritorno sull’investimento” in istruzione scolastica, sia “privato” che “sociale”. Anche il basso ritorno sull’investimento ha infatti un impatto negativo sulla mobilità sociale. Investire nell’istruzione di un figlio deve “rendere” di più rispetto all’investimento in Bot e Cct. Deve inoltre essere chiaro che il ritorno sociale dell’istruzione ha un rendimento più elevato dell’investimento in infrastrutture o altri investimenti pubblici.
Marco Magnani
Senior Research Fellow presso Harvard Kennedy School of Government, responsabile del progetto di ricerca “Italy 2030”

 

Emiliano

Coordinamento Scuole Valtiberina

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