Lavoro. In Europa stressa più la precarietà che il carico di ore professionali

L’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro ha intervistato 16.622 cittadini europei appartenenti a 31 Paesi diversi: la causa più comune dello stress da lavoro è individuata nella precarietà dell’impiego o nella riorganizzazione del posto di lavoro (72%), soprattutto negli Stati dove l’indebitamento è maggiore.

Marcello Pacifico (Anief-Confedir): in Italia l’impiego è ancora considerato come un ‘male oscuro’, per il quale non esiste però alcuna terapia o medicina. Il Governo Letta sappia leggere questi segnali e voltare pagina.

Dall’Europa giunge un altro importante segnale che indica la necessità di abbattere la precarietà lavorativa e non incentivarla, come purtroppo avviene in Italia da tempo e ancora di più dopo l’approvazione della riforma Fornero: da un vasto studio dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, pubblicato in queste ore , che ha visto coinvolti 16.622 cittadini europei appartenenti a 31 Paesi diversi (gli attuali 27 Stati membri dell’UE, insieme a Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera), risulta che “la precarietà dell’impiego o la riorganizzazione del lavoro sono considerate le cause più comuni dello stress legato all’attività lavorativa”.

“La metà dei lavoratori europei – si legge nelle conclusioni del rapporto – ritiene che lo stress legato al lavoro sia un fenomeno comune, mentre quattro su dieci ritengono che non sia gestito adeguatamente nel proprio luogo di lavoro”. È davvero significativo che “la causa più comune dello stress da lavoro in Europa, individuata nella precarietà dell’impiego o nella riorganizzazione del posto di lavoro (72%)” sia maggiormente sentita rispetto addirittura agli eccessi di ore passate sul posto di lavoro e pure “al carico di lavoro (66%)”. È anche sintomatico che l’Agenzia europea abbia ravvisato che “nei paesi con un debito pubblico più elevato, i lavoratori tendono maggiormente a citare la precarietà dell’impiego o la riorganizzazione del posto di lavoro come causa percepita dello stress legato al lavoro”.

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir alle alte professionalità, “questi dati confermano quanto sosteniamo da tempo: in Italia si ha paura della precarietà. Al punto che non si fa nulla per combatterla. Il nostro, infatti, è uno dei Paesi europei dove le amare conclusioni del rapporto si riscontrano in pieno. Troppo spesso il lavoro è considerato come un ‘male oscuro’, per il quale non esiste però alcuna terapia o medicina”.

A tal proposito, il sindacato ricorda che lo Stato italiano non ha mai voluto recepire la giurisprudenza e le direttive comunitarie, in particolare la direttiva europea 1999/70, che avrebbero calmierato sicuramente l’aumento del 10% di disoccupazione nell’ultimo anno: assumere definitivamente i precari dopo 36 mesi di servizio, infatti, permetterebbe in un “colpo” solo di investire in professionisti competenti, che migliorerebbero la macchina lavorativa, oltre che stabilizzare tantissimi lavoratori dando loro l’opportunità di realizzare il loro progetto di vita.

Le indicazioni fornite dal rapporto europeo – continua Pacifico – ci confermano quanto siano state inopportune e ingiustificate le deroghe adottate dall’Italia rispetto alle indicazioni dell’Ue. Il Governo Letta non può non prenderne atto. È infatti giunta l’ora di voltare pagina. Mettendosi finalmente alle spalle le discriminazioni effettuate, persino dallo Stato; basta vedere cosa accade nella scuola, nei confronti dei lavoratori precari: dalla stessa Europa è stato infatti più volte segnalato che le differenze di trattamento tra dipendenti di ruolo e precari di lunga data non sono accettabili. In caso contrario si incappa nella discriminazione”.

A far pagare un prezzo “salato” allo Stato italiano potrebbe essere presto la Corte di Lussemburgo, prima ancora dei tribunali nazionali: il mancato recepimento della clausola 5 della direttiva 1999/70/CE, solo sulla ‘carta’ introdotta nel nostro ordinamento dal D.Lgs. 368/01, in base alla quale il datore di lavoro è obbligato ad assumere a titolo definitivo il lavoratore se questo ha svolto almeno 36 mesi di servizio, anche non continuativi, ha già comportato infatti l’avvio di una procedura d’infrazione per il nostro Paese.

Il Governo non può continuare ad eludere questi campanelli di allarme sovranazionali: è giunto il momento – conclude il rappresentante Anief-Confedir – di investire seriamente, aumentando in modo significativo i finanziamenti rispetto al Pil, sulla formazione e sulla cultura. Oltre che affrontare una volta per tutte il problema della precarietà lavorativa crescente: allargarla ulteriormente sarebbe un vero dramma nazionale”.

Emiliano

Coordinamento Scuole Valtiberina

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