I ragazzi senza lavoro perchè manca la formazione

Il nodo occupazione

da Il Messaggero

Francesco Grillo

Fa bene Enrico Letta a fare della lotta alla disoccupazione giovanile una questione morale di primo ordine. Nel 2012 sono stati un milione e trecentomila i giovani che in Italia erano fuori da qualsiasi impegno di studio o di lavoro: è un dato che la crisi economica ha reso ancora più drammatico, raccontando di milioni di esistenze che rischiano di perdere senso. In realtà però, anche nel 2007, prima della grande crisi, l’Italia era il Paese che faceva registrare quella che era, di gran lunga, la più alta percentuale di persone tra i 15 e 24 anni completamente inattivi. Per reagire non è sufficiente aspettare la crescita, e, neppure, appaiono risolutivi gli interventi sulle regole che disciplinano il mercato del lavoro. La priorità, che certamente Enrico Giovannini ha ben presente, è costruire meccanismi in grado di avvicinare in maniera sistematica ed efficiente le competenze degli individui (non solo quelli giovani) alle richieste delle imprese.
In effetti, il fatto che, dovunque, in Europa e nel mondo, la disoccupazione giovanile è significativamente più alta di quella relativa alla popolazione nel suo complesso costituisce un paradosso doloroso che gli economisti non riescono ancora a spiegare: in teoria le persone giovani dovrebbero avere una flessibilità maggiore e un bagaglio di conoscenze maggiormente adatto per inserirsi in un mondo del lavoro dominato dalle tecnologie.
Così non è, e, forse, il dato sulla disoccupazione giovanile suona anche come atto di accusa a un apparato produttivo che, nel suo complesso, appare privilegiare la continuità sull’innovazione, nonostante la richiesta continua di flessibilità che viene dal mondo delle imprese. Ma il numero ancora più drammatico è, come si accennava, quello dei giovani che non lavorano e neppure studiano (not in employment, education or training): in Italia un giovane su cinque si trova in questa situazione, una percentuale superiore a quella della Spagna che è la pecora nera della zona Euro per ciò che concerne la disoccupazione; nel nostro Paese si trovano, peraltro, più di un quarto dei cinque milioni di giovani inattivi che si contano nell’intera zona Euro. Un primato triste che è, come abbiamo detto, solo in parte conseguenza della crisi e che, anzi, rischia di compromettere per generazioni la capacità del Paese intero di ricominciare a crescere: studi condotti in Paesi diversi quanto lo possono essere Stati Uniti o Brasile, confermano che persone restate fuori dal mercato del lavoro e dello studio negli anni più critici della propria formazione, hanno minori probabilità di trovare lavoro, tendono a perdere fiducia nei propri mezzi e a sentirsi meno inseriti nella propria comunità.
Ma cosa mettere in cima alle priorità di un ministro che provi con pochissime risorse ad affrontare il problema in un momento così grave? Di sicuro la qualità della regolamentazione può aiutare. Tuttavia, tale nozione non corrisponde sempre al concetto di flessibilità e i dati dimostrano che non sempre un intervento sui contratti è sufficiente: anche se l’Inghilterra e gli Stati Uniti hanno, secondo il World Economic Forum, un vantaggio competitivo su questo aspetto, ciò non toglie che la percentuale di giovani completamente inattivi era superiore in questi due Paesi (attorno al 14% secondo l’Oecd) rispetto alla Francia (12) e, ancora di più, rispetto alla Germania (9). Ed, in effetti, ciò che conta – e conta soprattutto per un giovane – non è solo di entrare in azienda, ma anche di avere un periodo di addestramento sufficientemente lungo che gli consenta di acquisire competenze trasferibili al prossimo lavoro.
In effetti, più della crescita e della rigidità dei contratti, i giovani europei e, in particolar modo, quelli italiani, appaiono fortemente penalizzati da un altro fattore: il forte disallineamento tra le richieste delle imprese e le competenze individuali che i giovani europei maturano a scuola e nel proprio ambiente formativo. Per cinque milioni di giovani che – nella sola zona Euro – non hanno assolutamente nulla da fare, ci sono – come dimostrano studi di McKinsey – centinaia di migliaia di posizioni di ingresso nelle aziende europee che non sono occupate. Ciò, secondo alcuni, sembra mettere in discussione la capacità che i giovani europei veramente hanno di adattarsi a un mondo che è molto cambiato rispetto a quello dei propri genitori e che continua a farlo. Ma soprattutto esige un investimento da parte dello Stato – e della Commissione Europea che dovrà farlo per aumentare l’efficienza dei finanziamenti comunitari da spendere nei prossimi sette anni – nel rafforzamento e riqualificazione dei meccanismi di formazione professionale e degli altri servizi che dovrebbero far incontrare domanda e offerta di lavoro. Qui però c’è un buco nero disegnato dall’esperienza degli ultimi anni: perché se è vero che bisogna investire di più in questi strumenti e altrettanto vero che – come ebbe modo di dire il governatore della Campania, Bassolino, qualche tempo fa – la formazione spesso serve solo a pagare lo stipendio dei formatori.
La ricetta è, in teoria, semplice: pagare chi forma sulla base del numero e della qualità dei posti di lavoro generati; privilegiare fortemente i progetti al cui costo contribuiscano le imprese presso le quali la formazione si svolge; dare agli stessi beneficiari degli interventi la possibilità di spendere il proprio capitale formativo (voucher) presso l’agenzia che garantisce i risultati migliori. Anche in questo caso ci sono interessi (economici) che producono resistenza al cambiamento; la crisi, il suo contenuto drammatico che la disoccupazione giovanile rappresenta così efficacemente, rende, tuttavia, il compito del ministro Giovannini meno arduo e il cambiamento inevitabile.

 

Emiliano

Coordinamento Scuole Valtiberina

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