Ripetenti, la sfida dei prof

Eraldo Affinati immagina una nuova scuola che dia spazio al disagio degli ultimi.I maestri di strada cercano di recuperarli

da Il Messaggero

IL CASO
Eraldo Affinati ama profondamente il mestiere d’insegnante. Lo interpreta come una missione che rifiuta orari standardizzati, registri e sistemi di valutazione esclusivi. Vive il rapporto con gli studenti in una forma di corpo a corpo, con il quale conquistare quotidianamente la loro fiducia. E rompe la finzione pedagogica dei ruoli, stimolando la creatività. «La scuola è l’unica vera trincea etica italiana contemporanea – sostiene Affinati – In un momento di passaggio epocale, i professori si trovano soli a superare l’anacronismo di adolescenti cresciuti sugli schermi e una scuola ottocentesca che non si fa carico degli ultimi della classe».
Nella sede distaccata dell’Istituto professionale Carlo Cattaneo, situata all’interno dell’isola felice della Città dei ragazzi, lo scrittore romano incontra le storie difficili e le ferite dei ripetenti, dei quali celebra la ricchezza interiore e ne esalta la sfida educativa nel libro “Elogio del ripetente” (Mondadori, 128 pagine, 10 euro). «Sono ragazzi speciali, che hanno rifiutato il meccanismo valutativo che li ha bocciati. Spesso sono stati delusi, ingannati e traditi dagli adulti. Ti provocano, ti mettono alla prova, ma poi ti lasciano il segno. Il percorso insieme a loro, pieno di sconfitte, ti ferisce e arricchisce».
Nelle pagine dell’Elogio del ripetente si avverte forte il richiamo alla Scuola di Barbiana: «Don Lorenzo Milani voleva una scuola efficace. Era selettivo, puntando però sull’eguaglianza delle condizioni di partenza. È un riferimento culturale per me fondamentale».
L’INVESTIMENTO
Un impegno che s’inserisce nel solco dell’esperienza italiana dei maestri di strada. Ogni ragazzo salvato, sottratto alla strada, è un investimento per il Paese. Da Napoli, sull’esempio del maestro Cesare Moreno, alla Calabria, molti giovani, adeguatamente preparati, si spendono sul fronte della lotta alla dispersione scolastica. «In due anni abbiamo creato otto postazioni didattiche Penny Wirton – racconta Marco Gatto, trentenne assegnista di ricerca presso l’Università della Calabria – dislocate nella regione. Decine di studenti universitari e docenti fanno attività di doposcuola uno-a-uno per tutte le fasce di età e i migranti. Siamo sentinelle sul territorio, fronteggiando il crescente disagio sociale».
RABBIA E APATIA
Affinati, assumendo questo punto di vista, disegna un modo alternativo di stare in cattedra. Nell’aula crea un ambiente che attrae e si fa carico delle differenze socioculturali individuali. Nell’atteggiamento di rifiuto, nella rabbia o apatia del ripetente trasandato legge una richiesta d’aiuto ineludibile. «Dobbiamo cambiare, altrimenti rischiamo di perdere due o tre generazioni. Lo snodo vero è la relazione umana da instaurare: servono competenza, affettività e regole. Girando l’Italia noto il ritardo della politica, e l’intraprendenza di professori coraggio, presidi che il tablet a scuola lo portano loro. C’è una vivacità di base, di sperimentazioni, per esempio sul fronte digitale, che prova a rimediare a ritardi istituzionali gravi e non va dispersa».
Giuseppe Ciancaglini, maestro di religione cinquantatreenne, è uno di questi pionieri artigianali. In pochi anni ha trasformato la scuola primaria Fratelli Cervi, nel cuore della periferia romana a Corviale, in una scuola digitale. Gli alunni oltre a penne e quaderni, sui banchi imparano a maneggiare e studiare con i tablet. L’innovazione nasce da un’attività di raccolta fondi efficace e dalla formazione. Il maestro con la passione per l’informatica ha trascinato i colleghi nel cambiamento. «La mia proposta didattica così si è ampliata – spiega Ciancaglini – Rendo più attrattivi gli argomenti trattati. I piccoli sono molto recettivi, imparano a gestire strumenti complessi e colmiamo il divario digitale. Ci siamo incamminati verso la nuova frontiera».
Gabriele Santoro

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