Riportare l’educazione civica a scuola è un dovere

da Corriere della Sera

Riportare l’educazione civica a scuola è un dovere

di Paolo Romano

Quando il ministro Cécile Kyenge dice, come ha fatto recentemente, che bisogna riportare l’educazione civica nelle scuole (tema che deve interessare i rappresentanti della politica,  dice) apre, consapevolmente, una delle piaghe forse più doloranti del tessuto del cosiddetto “sistema Paese”. Per questioni di stretta attualità e per questioni più latamente didattiche.

L’attualità, prima di tutto. Da anni si discute di rimodulazione del diritto di cittadinanza, questione sulla quale i fiumi di inchiostro hanno bilanciato le corride pre e post elettorali.  Una sintesi oltre le divergenze si è trovata intorno al temperare lo ius soli con lo “ius culturae” (con latinorum manzoniano annesso). Cioè, il figlio di immigrati che acquista la  cittadinanza per il fatto di esser nato in Italia, deve essere messo in condizione di conoscere storia e istituzioni del Paese che lo accoglie.

L’impressione, però, è che le parole di Kyenge suggeriscano un di più: va bene lo ius culturae per la cosiddetta seconda generazione, ma i ragazzi italiani conoscono il Paese dove vivono?

Chi spiegherà loro, in modo organico e sistematico, la Costituzione, cosa è e come si fa una legge, quali sono i loro diritti di libertà e quali i loro doveri, che lavoro fanno i giudici, perché e in che termini avere un lavoro è un diritto tanto quanto pagare le tasse è un dovere?

Insomma, siamo proprio certi che quello di una formazione civica sia solo uno “ius”, un diritto, e non anche un dovere?

Ancora sull’attualità. Quali strumenti ha uno studente, un giovane che tra poche settimane voterà per la prima volta il rinnovo del Parlamento europeo per formarsi un’idea compiuta del sistema di regole che fa funzionare le assemblee elettive o dei princìpi di rappresentanza democratica? Quali lenti critiche sono utilizzabili per la comprensione delle cronache parlamentari recentissime? La scuola ha potuto svolgere, pur parzialmente, questa formazione, fare cioè da “montatura” alle lenti?

In rapidissima successione, poi, la questione didattica. Senza l’integrazione di una conoscenza (per punti) dei sistemi costituzionali e delle regole, lo studio della storia (ma non solo) moderna e contemporanea diventa un racconto mutilato, privato – in moltissime occasioni – della sua anima, né è pensabile che nelle poche ore a disposizione per l’insegnamento della storia debbano includersi spiegazioni sui sistemi elettorali, sulla formazione del Parlamento, sui contenuti minimi delle Costituzioni democratiche, sulla libertà di manifestare il pensiero e sul significato di eguaglianza sostanziale con i suoi effetti sulla pratica civile quotidiana.

In assenza di questi elementi, il rischio è quello di affastellare in modo random nozioni, pur fondamentali, ma prive di una cornice credibile di riferimento (quello che è – appunto – un sistema costituzionale e democratico), in didattiche dispersive.

Un progetto sull’ambiente, il giornale di scuola, una lezione sull’Europa, una marcia per la legalità sono, intediamoci, fondamentali, ma evanescenti senza quella che con lessico, pur vecchiotto e discutibile, fu chiamata educazione civica e voluta da Aldo Moro nelle scuole più di 50 anni fa.

Che la palla lanciata a centro campo dal Ministro Kyenge non resti inerte, ma produca gioco e azioni è una solida speranza per operatori e cittadini di domani. E per la politica?

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