Corsi di recupero delle insufficienze, è un vero flop: metà delle scuole non li attivano

E dove vengono organizzati, in un anno raddoppiano i casi di pagamento dei corsi da parte delle famiglie. Alcuni istituti li affidano addirittura agli alunni più bravi. Un fenomeno che va di pari passo al crollo di tutte le attività extra-didattiche: dalle gite all’attività motoria pomeridiana, fino ai corsi di teatro, fotografia, lingua, recupero e di valenza sociale.

Marcello Pacifico (Anief-Confedir): tutta colpa dei tagli al Miglioramento dell’offerta formativa attuati dai Governi nell’ultimo biennio: quest’anno il Miur ha stanziato per le scuole appena un terzo dei fondi del 2011. E poi ci meravigliamo se in Italia i dati sull’abbandono scolastico rimangono elevati.

L’abbattimento dei fondi destinati al Miglioramento dell’offerta formativa sta costringendo le scuole superiori a non rispettare l’attivazione dei corsi dei recupero previsti per gli studenti con una o più materie insufficienti: le indicazioni introdotte con l’articolo 2 dell’ordinanza ministeriale 92/2007, voluta dall’ex ministro Giuseppe Fioroni per fare in modo che alle istituzioni scolastiche superiori venga conferito “l’obbligo di attivare gli interventi di recupero” da destinare anche agli “studenti che riportano voti di insufficienza negli scrutini intermedi”, si sono piegate agli interessi ragionieristici del Ministero dell’Economia. Sino a trasformarsi in una debacle del servizio pubblico di recupero dei cosiddetti “debiti”.

Quanto accaduto nelle ultime settimane, in corrispondenza della fine del primo quadrimestre, vale più di qualsiasi commento. Da un’indagine del portale Skuola.net, che è andato ad intervistare 2.250 studenti delle superiori, è emerso che in media a uno studente su due quest’anno non viene data la possibilità di frequentare i corsi di recupero: è un dato preoccupante, perché è raddoppiato rispetto a quello dello scorso anno, quando da un’indagine dello stesso tipo era stata solo una scuola su quattro a non organizzare le attività pomeridiane.

Altrettanto preoccupante è il fatto che anche laddove si svolgono i corsi, vi sono comunque tanti problemi organizzativi di cui fanno le spese gli alunni: appena il 15% ha infatti dichiarato di poterli frequentare per tutte le discipline, mentre il 35% ha ammesso che la scuola li ha attivati solo per alcune materie. Ma la notizia che fa più riflettere è che sono in sensibile crescita (l’11%, contro il 5% dello scorso anno) gli istituti che pretendono dei contributi per la frequenza.

Come il liceo scientifico ‘Fermi’ di Cosenza, dove il dirigente scolastico, con l’avallo degli organi collegiali, ha deciso di istituire solo lezioni di recupero a pagamento: dimenticando l’ordinanza Fioroni, che non prevedeva di certo sovvenzioni da parte dei discenti, per 7-8 euro l’ora è stata data la possibilità agli studenti di vedersi garantire una didattica aggiuntiva, ha spiegato il capo d’istituto, Michela Bilotta, tenuta dai docenti dello stesso liceo. A Bologna, addirittura, ci sono istituti, come il Copernico, dove i corsi di recupero sono tenuti dagli alunni più bravi. Sempre nel capoluogo emiliano, in alcune scuole superiori, come l’Aldini e il Manfredi-Tanari, si fa anche ricorso agli studenti universitari perché garantiscono “costi più che contenuti”.

Ma come è stato possibile arrivare a questa situazione? Alla base di tutto c’è senz’altro la riduzione progressiva del Mof, il fondo per il miglioramento dell’offerta formativa. Che nell’anno scolastico in corso ha raggiunto il top di decurtazione: dai 1.480 milioni del 2010/11 si è passati a 521 milioni. C’è la possibilità che possano essere integrati, ma in pochi ci credono. In ogni caso, ad oggi ciò ha prodotto un forte taglio di risorse dal Fondo d’Istituto, quello che attraverso la contrattazione integrativa va a retribuire le attività definite dall’articolo 88 del Contratto collettivo nazionale. Tra cui figurano, oltre i corsi di recupero, anche l’impegno dei docenti “in aula” per le innovazioni, la ricerca e la flessibilità organizzativa e didattica, le attività aggiuntive di insegnamento per l’arricchimento dell’offerta formativa, la progettazione e produzione di materiali utili alla didattica, le prestazioni aggiuntive del personale Ata.

Il flop non è, quindi, solo nel mancato supporto per colmare le carenze disciplinari degli alunni. Ma di tutte le attività a supporto della didattica. Spariscono quindi corsi di teatro, fotografia, lingua, recupero, progetti di valenza sociale come quelli sul bullismo e la dislessia. Esemplare il caso di Treviso, dove a causa dei “contributi dimezzati”, sta accadendo che “dopo le attività sportive pomeridiane, rischiano di saltare anche le gite”. E che dire di quanto sta accadendo a Firenze, dove le scuole sono sempre più “aggrappate” ai contributi delle famiglie, che arrivano anche a 160 euro l’anno? Oppure a Brescia, dove si è arrivati a capitalizzare la disponibilità di ex insegnanti, oggi in pensione, per garantire, gratuitamente, l’alfabetizzazione degli stranieri?

Quest’anno a far precipitare la situazione è stata la decisione del Governo, presa in accordo con i soliti sindacati, di andare a decurtare almeno 300 milioni di euro del Mof per coprire un diritto del personale: gli scatti automatici in busta paga, divenuti noti all’opinione pubblica con il pasticcio Mef-Miur di inizio anno, quando a decine di migliaia di docenti sono stati prelevati 150 euro mensili alle buste paga più povere dell’area Ocde. Tanto da costringere il Governo a varare in fretta un decreto riparatorio per l’immediato, ma poco rassicurante per coprire gli aumenti degli anni a venire.

“Quanto sta accadendo in oltre 2mila istituti superiori italiani – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – è l’inevitabile conseguenza dei tagli ai finanziamenti alle scuole, ‘figli’ della politica all’insegna del risparmio ad oltranza. Che ha come agnelli sacrificali il personale scolastico e sui utenti, alunni e famiglie. Ora, è evidente che il Mof non doveva essere toccato: è un capitolo di spesa che il Miur doveva continuare a far confluire interamente agli istituti. Privarli di questi fondi significa condannarli al disservizio sicuro. E all’innalzamento del tasso di dispersione scolastica, che in regioni come la Sardegna è doppio rispetto alla media Ue”.

Il problema è che, in prospettiva, andrà sempre peggio: l’amministrazione scolastica, come ha anche confermato in questi giorni il nuovo Ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, ha intenzione, attraverso il rinnovo del Ccnl, di trasformare il Fondo d’Istituto in un “tesoretto” per il merito dei docenti. “La vera intenzione dei nostri governanti – continua Pacifico – è quella di arrivare a pagare gli aumenti in busta paga, gli attuali scatti automatici, esclusivamente attraverso il Fis: quando il neoministro parla di merito e premialità, del resto, a cosa si può riferire visto che da parte dell’amministrazione l’unica politica attuata nell’ultimo quinquennio è stata quella del risparmio?”.

“Tornando ai corsi di recupero, tutto questo significa che saranno sempre più gli istituti a dover ricorrere a recuperi scolastici ‘in itinere’. Con la didattica bloccata per settimane e gli insegnanti impegnati nelle attività di ripetizione non più di pomeriggio, ma nelle ore normalmente dedicate alla didattica ordinaria. Per i dirigenti, del resto, è l’unico modo per avviare i recuperi, visto che i soldi a disposizione sono pochi. Così alla fine a pagare saranno gli alunni. E per due volte: perche usufruiranno di recuperi a singhiozzo e dovranno pure collaborare di tasca propria. Seppure nelle scuole statali la frequenza e i servizi della scuola dell’obbligo, sino al terzo anno compreso delle superiori, dovrebbe essere gratuita, come previsto – conclude il sindacalista Anief-Confedir – dall’articolo 34 della Costituzione”

da orizzontescuola.it

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