Venerdi 28 Marzo ore 16.00 “Dialogo sulla Poesia” intervengono proff. Andrea Franceschetti e Daniele Piccini, ad Arezzo

AULA MAGNA DEL LICEO CLASSICO

“F. Petrarca” di AREZZO

 VENERDÌ 28 MARZO 2014 – ORE 16.00

Dialogo sulla Poesia

A proposito del volume di poesie Inizio Fine

INTERVENGONO

Andrea Franceschetti e Daniele Piccini

 

 

Coordina il Preside, Prof. Giampiero Giugnoli

 

Letture dal volume di D.PICCINI,  Inizio Fine (Crocetti, Milano, 2013)

inizio fine piccini

Uno degli ultimi libri di poesia più interessanti, pubblicati da due anni a questa parte, è uscito per i tipi di Crocetti nel marzo dell’anno corrente ed è Inizio fine di Daniele Piccini.
Piccini, oramai senza dubbio (se si ripercorre un po’ tutta la sua produzione, da Terra dei voti, uscito per Crocetti nel 2003, aCanzoniere scritto solo per amore, Jaca Book 2005, fino adAltra stagione, pubblicato da Aragno nel 2006), contempla e fa una poesia pensata sul lungo periodo e chi ha pazienza nel leggere le cose scritte prima troverà un punto in cui ogni nuova espressione, ogni nuovo lavoro che sopraggiunge e si somma a quello precedente, aggiunge una stratificazione storica e un nuovo senso. Non molti così, tra i poeti contemporanei.
Si insiste su due, tre temi “chiodo”, evidentemente, ma è la capacità di aprire a nuove accezioni che fa della poesia di Daniele Piccini qualcosa di sempre rielaborato e sempre aumentato di senso. È anche un modo per collocare spazialmente una ricerca, un atteggiamento nei confronti della produzione poetica: la poesia come grande opera che si accresce, l’opera come poesia, nel senso più semplice e funzionale del termine.

C’è una poesia di Spatola (La composizione del testo) che è utile per segnare – al contrario, però – il percorso al quale approda Inizio Fine: “guarda come l’opera è cosmica e biologica e logica”, come a dire che balza prima all’occhio una rappresentazione totale del mondo, dopo la storia dei corpi, poi l’industria che fabbrica le parole perché sia detto tutto. Ecco, in Piccini bisogna procedere esattamente al contrario, è un risalire con tenacia (“ma prima delle parole c’è fuoco”) e nella salita ritrasformare le parole in azioni, i sostantivi in verbi assoluti, movimenti di esistenza.

Le modalità d’azione sono interessanti, signora indisturbata – almeno all’inizio – è l’impotenza dichiarata nel rappresentare tutto il mondo e che però sia il mondo a parlare per ispirazione (“lascia che si riformi per passione / una bolla senza più genitura / che le accolga tutte quante le cose / orfane e smenticate, che le medichi. […]”) viene presto dichiarato.
In ciascuna particella, memoria, racconto è leggibile questo senso del primo giorno della creazione, qualcosa che non si tocca fino in fondo. I misteri delle parole e dei nomi sono il corrispettivo del mistero della creazione. Non senza un alone drammatico e più oscuro che non può essere, a questo punto del percorso, messo fuori e dimenticato.
In questo fumo degli inizi si riconosce la lezione di Luzi, mai mancato nelle scritture di Piccini, quello di “Per il battesimo dei nostri frammenti”, appunto, dove si raccolgono i simboli per approdare alla lingua totale a alla riscrittura di ogni cosa che c’è ed esiste, a prescindere da noi.

Per questo, a differenza dei libri precedenti dove ogni sensazione è calata in figure familiari, nelle geografie italiane che fanno da fondale alla storia di un uomo solo, ora la poesia viene lanciata nell’opera del mondo ma anche, cronachisticamente, nella storia. È il passo dal privato al plurale. Il più difficile e quello, però, pure, imprescindibile. Partecipare e ricordare il dramma e l’enigma. Come se nel primo Piccini avessimo una qualche storia umana e nell’ultimo i destini della storia dell’uomo.
Per questo, dicevo, chi ha pazienza può cercare e facilmente trovare le mutazioni genetiche dei corpi e i cambi di rotta dei loro sguardi attraverso le varie tappe poetiche di Daniele Piccini. Alcune su tutte?

Gli animali, buone presenze care al poeta, qui sono testimoni, non “dicono più infinite meraviglie” (cfr. “Altra stagione”) ma sopportano il peso della riflessione umana, sono cartine di tornasole: “O forse gli animali / aggiungono al tormento / il sasso del silenzio”; le “poche numerate lucciole”  tornate a salutare (cfr. “Terra dei voti) qui accendono il loro fuoco “che dura sì poco”.

La figura del padre si allarga in un simbolo generico di mancanza. Solo chi ha letto “Canzoniere scritto solo per amore” abbraccia il senso più intimo, altrimenti ora la lontananza della morte si fa generale, “Niente è più uguale, il mondo / pullulante / non sarà più lo stesso senza quello / che non ha avuto tempo / di darti un solo abbraccio andando via”. Ancora, le donne-indizio di “Altra stagione” qui invecchiano un po’, sono ragazze vecchie o solo più mature e girano intorno alla soluzione del ricongiungimento. Lì si trovavano, anche per poco, qui finiscono a “non aver casa né termine alcuno / e non trovarci. sempre”.

Anche le madonne di “Terra dei voti” continuano nei loro pianti, non per il refrigerio dei vaganti ma “senza rimedio se non in se stesse”.
Eppure arriva la sintesi. Già dalla sesta sezione, “Cellule”, tutta riassestata su immagini di bambini e bolle di insania, gli unici capaci di tornare indietro (il battesimo, l’inizio del mondo): “l’insania di chi perde la memoria / per tornar indietro – è la terra promessa”; “A tutto si rinuncia per poi credere / a un altro tempo o storia che matura / per una cruna d’ago del creato.”.

È da qui che comincia la riconciliazione col mondo oscuro, attraverso la lingua e attraverso le varianti della storia. Da qui fino alla fine della raccolta, fino a ”Explicit” che chiude l’opera di un creato riconquistato in ogni sua fibra anche se non disponibile e comprensibile fino al midollo. Arrendersi a un certo grado di incomprensione, all’enigma del principio è la svolta. Non più tutto il senso solo sulla soluzione, quanto sul viaggio, sul percorso.

Fuori da ogni annichilimento, all’amore, alla parola e alla conoscenza il compito di dare vita, per quel che si può, a un’ontologia positiva.
In verità solo l’amore esiste”, così, nel vagheggiamento pasoliniano del “solo l’amore, solo il conoscere conta” sta il desiderio del difficilissimo “tenere fede”, umilmente ricevere la parola, e fare la storia un po’ meno terribile e un po’ più pietosa se si è capaci di accettare che “Amore solo esiste – e fa la notte, /perché tu possa pensare al suo volto / liberato per sempre dalla morte.”.

da http://www.poesia2punto0.com/2013/11/24/daniele-piccini-inizio-fine/

 

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