Elogio della scuola

A scola sta finennu recita una vecchia canzone di Franco Battiato. School is over inizia una poesia di William Carlos Williams, tradotta più di mezzo secolo fa da Vittorio Sereni. La scuola sta finendo. La scuola è finita.

 

Sembrerebbero due frasi banali. Semplici semplici. La designazione di due innocui stati di fatto. Adesso che siamo in giugno, l’anno scolastico volge al termine. Però entrambe le proposizioni permettono anche un’altra lettura: di tipo apocalittico. Paiono alludere alla fine della scuola in genere, alla morte della scuola come istituzione. Così come c’è, si dice, la morte dell’arte. O la morte della poesia. La morte della pittura. La fine del cinema. La scomparsa del libro a stampa. L’estinzione della critica letteraria. Della critica teatrale. Della critica d’arte. Della critica. Della recensione. Dei compact disc. Dell’Occidente e della brillantina Linetti eccetera. Tutti fenomeni che fanno il paio, per buttarla in geografia e mutamenti climatici, con l’ agonia eterna di Venezia,  che è sempre lì lì per esser sommersa dalle acque.

 

 

Poi però, un giorno, si arriva alla stazione di Santa Lucia, si scendono lentamente i gradini e, di fronte, si vede sfolgorare nella luce che dilaga la cupola verde di San Simeon piccolo, mentre sulla sinistra il ponte degli Scalzi è ancora al suo posto, che rampa nel sole. Venezia c’è. Venezia esiste. Venezia resiste, bellezza assediata. Strano, ma è così. E ancora si sfogliano libri cartacei, magari di poeti o, addirittura, di critici; persino, incredibile, di critici di poesia. Stranissimo.

 

Non diversamente la scuola. Continua ad esserci. Sta là, dove sappiamo che la ritroveremo. Se chiude, chiude per l’estate (un breve tratto d’estate, non tutta l’estate) e poi riapre. Come la luna. Quest’astro patetico. Che cresce, cala e sparisce. Ma poi rinasce. La sua scomparsa nell’oscurità non è mai definitiva. Ritorna. Prima esigua, come un’unghia e poi, pian piano, ripristina la sua pienezza trionfale.
Non ho usato a caso queste parole, parafrasi di quelle di Mircea Eliade sulla mistica lunare (dal Trattato di storia delle religioni).
Perché è a lui, al discusso studioso rumeno, che dobbiamo la spiegazione migliore, forse definitiva, del ruolo della scuola, della sua effettiva funzione.

 

 

Qualcuno pensa che la scuola esista per trasmettere il sapere. Per formare le coscienze. Per instillare nelle giovani menti lo spirito critico. O, adesso, per fornire competenze, dato che competenza è la formula magica della didattica odierna: non più conoscenze, ma competenze; non più sapere, ma saper fare, problem solving.

 

Magari quel qualcuno di cui sopra pensa anche che la scuola, oltre a tutto il resto, serva soprattutto ad abituare i giovani al principio meritocratico: se studi sei premiato, se risolvi il compito, prendi un buon voto.

 

Quanto a quest’ultimo punto, se così fosse, bisognerebbe subito correre ai ripari: dal momento che un giovane, assuefatto a tale principio, dovrebbe, appena uscito di scuola, immediatamente disassuefarvisi, pena il disadattamento o l’impazzimento: né la nostra né altre società sono improntate al principio meritocratico, essendo società ascrittive e non acquisitive. Dove cioè conta di chi sei figlio, cognato, cugino, marito o bisnipote o consuocero e non quanto vali.

 

Ma la scuola serve più di ogni altra cosa a bloccare o, per lo meno, a lenire quello che Eliade chiama il terrore della storia. (La terreur de l’historie dà il titolo all’ultima parte, la quarta, de Le mythe de l’éternel retour, cito dalla quarta edizione, Gallimard, 1949).

 

 

L’uomo primordiale è atterrito dal tempo lineare. Dalla sua fuga inarrestabile. Per questo ha tentato di fermarlo. Di mutarlo in tempo ciclico. Non più la linea, ma il circolo. Tutto torna. Tutto resta sul posto. L’avvenimento diventa categoria. Il divenire è essere. Eraclito si confonde con Parmenide. Del resto, a ben guardare, il primo frammento di Eraclito parla di un Discorso (Logos) che è sempre.

 

Noi, cosiddetti uomini storici, siamo in realtà più primordiali dei primordiali. La nozione stessa del futuro ci getta nel panico. Siamo convinti che non ce ne venga mai niente di buono.

 

Ma c’è la scuola. La cara, vecchia, buona scuola. Dove il tempo non esiste. E lo posso ben dire io che insegno da più vent’anni e che mi pare di aver iniziato ieri o  proprio oggi, o di dover iniziare domani, che è lo stesso. A scuola il tempo non esiste. Non esiste. Ci sono sempre gli stessi rituali, gli stessi cerimoniali, gli stessi discorsi, le stesse riunioni, le stesse circolari, gli stessi scrutini, gli stessi esami, gli stessi orari. Le stagioni non si avvertono. Ci sia la luce al neon o vi penetri il forte sole di giugno, le aule sono pietrificate. Anche se tutto cambia, tutto è uguale. Anzi: tutto deve cambiare perché tutto resti uguale. Cambiano i supporti; c’è il registro digitale; le circolari arrivano per mail; si usano i computer, i dvd, il bidello viene convocato per interfono; ma è tutto sempre lo stesso. Alla seconda ora c’è matematica. Alla terza storia. Alla quarta informatica. Alla quinta italiano. Ma la scansione in ore crea solo una grande ora, eterna, eternamente ripetuta.

 

Tutto ciò è magnificamente riposante. Il professore rimane scolaro. Lo scolaro ha lo stesso cognome di suo padre o di suo nonno. E forse è lui, il nonno, rimasto sui banchi, travestito da nipote.
Per questo uno può leggere Petronio o Seneca e trovare straordinariamente attuali i loro lamenti sulla scuola: duemila anni sono passati invano o, meglio, non sono passati. Il retore Agamennone introna tuttora lo scolaro Encolpio con le sue lezioni ampollose e Lucilio viene ammonito in questo istante a studiare per la vita e non per la scuola.
Ma non si può accusare la scuola di ciò che costituisce il suo elemento portante, il suo vanto e la sua gloria.

 

http://www.doppiozero.com/materiali/editoriale/elogio-della-scuola

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