“Se non serve a trovare lavoro, non studio”. L’equazione è allo stesso tempo immediata e drammatica per il nostro Paese. E oggi viene evidenziata dallo Sguardo sull’istruzione 2014 tracciato annualmente dall’Ocse: l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Nel suo report annuale l’Ocse mette in evidenza per il nostro Paese tutte le difficoltà legate alla ricerca di una occupazione da parte dei giovani e alla conseguente perdita di interesse per lo studio. “Le difficoltà – recita il rapporto 2014 – cui fanno fronte i giovani italiani per trovare un lavoro rischiano di compromettere gli investimenti nell’istruzione”. E per essere più chiari: “Con le sempre maggiori difficoltà incontrate nella ricerca di un lavoro, la motivazione dei giovani italiani  –  prosegue lo studio  –  nei confronti dell’istruzione è infatti diminuita. I tassi d’iscrizione all’università in Italia hanno segnato una fase di ristagno o sono diminuiti negli anni più recenti e il numero di studenti che abbandonano precocemente gli studi ha smesso di diminuire dopo il 2010”. Si tratta dei due nervi scoperti dell’istruzione italiana: pochissimi laureati e tantissimi ragazzi che abbandonano precocemente gli studi.

E, a fronte di questo, siamo il Paese che investe meno (in percentuale alla spesa pubblica) sull’istruzione  –  appena il 9 per cento, rispetto al 13 per cento dei paesi Ocse e al 12 per cento dei 21 paesi Ue – e l’unico a tagliare i fondi nel corso degli ultimi anni. Cosa che costringe i genitori a sborsare sempre più quattrini. Con “contributi volontari” che dal 2000 al 2011 sono raddoppiati raggiungendo i 320 dollari statunitensi per alunno. Stesso discorso per le università, oggi finanziate abbondantemente dalle famiglie italiane che contribuiscono per un terzo delle entrate. E il paese con gli insegnanti più anziani dell’intera area Ocse.

“Nel 2012, quasi un giovane su tre  –  il 32 per cento  –  dai 20 ai 24 anni di età non lavorava e non era iscritto a nessun corso di studi. Si tratta dei cosiddetti Neet  –  Not in education, employment or training. Una percentuale in aumento di 10 punti rispetto al 2008. Nei Paesi Bassi nel 2012 i Neet erano il 7 per cento e in Austria e Germania solo l’11 per cento. Nello stesso anno, circa uno studente su sette  –  il 14 per cento  –  tra i 17enni aveva già abbandonato la scuola, con una media Ocse pari al 10 per cento”.

“Tutto lascia pensare che l’università e la scuola non siano viste dai ragazzi italiani e dalle loro famiglie come un aiuto per migliorare la loro posizione sul mercato del lavoro, ma come parte del problema”, spiega Francesco Avvisati, autore della nota sull’Italia. “Il sistema di istruzione, in particolare la formazione professionale nelle scuole, nel post-secondario e anche nelle università, devono essere al centro di una strategia per creare e valorizzare le competenze di cui l’economia ha bisogno”, prosegue l’esperto dell’Ocse.

Ma qualche piccolo segnale di crescita si intravede. Cresce il numero delle donne laureate, ma resta inferiore rispetto alla maggior parte dei paesi Ocse. “Tra il 2000 e il 2012, la percentuale di laureati nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni è cresciuta dall’11 per cento al 22 per cento, e tra i nuovi laureati si contano il 62 per cento di donne. Il tasso medio di laureati tra i 25-34enni nell’area OCSE, che comprende i diplomati di percorsi di studio professionalizzanti di livello terziario, è del 40 per cento”, si legge nella nota diffusa oggi da Parigi.

E restiamo un paese “con competenze di base inferiori alla media”, sia tra gli studenti, sia tra gli adulti. “I giovani laureati Italiani (25-34 anni), per esempio, raggiungono appena il livello di competenze di lettura e matematiche dei loro coetanei senza titolo di studio terziario in Finlandia, in Giappone o nei Paesi Bassi. Anche tra i quindicenni, l’indagine PISA misura un livello medio in matematica e lettura inferiore alla media Ocse”, spiegano gli esperti. L’unico aspetto positivo è legato ai piccoli progressi che si sono ottenuti in questi anni nonostante in tagli, soprattutto di insegnanti.

“Un miglioramento che non ha richiesto risorse aggiuntive: l’Italia è infatti l’unico paese ad aver ridotto, tra il 2000 e il 2011, la spesa pubblica per l’istruzione primaria e secondaria”. “Ciò dimostra  –  spiega Avvisati  –  che la qualità dell’istruzione non dipende dal numero di insegnanti, ma dalla loro preparazione, dal loro impegno, e da una gestione del personale che motiva i migliori insegnanti a lavorare là dove le sfide sono maggiori”.

da repubblica.it