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Studiare tanto e imparare poco: il gap digitale della Scuola italiana

Una recente ricerca OCSE afferma che gli studenti italiani studiano tanto (a casa) ma imparano poco al contrario dei loro colleghi del Nord Europa: il responsabile è il digital divide della scuola italiana

di Paolo Ferri, università Bicocca di Milano
Una recente indagine dell’OCSE rileva come gli studenti italiani siano, nel mondo, tra i più “afflitti” dai compiti a casa. I nostri studenti delle medie superiori trascorrono, infatti, quasi nove ore la settimana a fare i “compiti” contro una media Ocse di 4,9 ore. E’ il dato più elevato tra i paesi dell’area.

 

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Fig. 1 Tempo dedicato ai compiti a casa dagli studenti dell’Area OCSE

 

Altro dato interessante: l’Italia si distingue anche per il maggior divario, nei risultati, tra gli studenti socio-economicamente avvantaggiati che dedicano ai compiti a casa circa undici ore per settimana – e quelli con una famiglia meno abbiente che non vanno oltre le sei ore. E’ la differenza maggiore dell’intera Ocse. In questo modo anche la disparità di performance tra “ricchi” e “poveri” è tra le più elevate del mondo. In Italia, genitori e famiglie che hanno il tempo, la preparazione o le disponibilità ed economiche per fare studiare di più i ragazzi a casa hanno perciò figli più preparati e con più opportunità rispetto alle famiglie più svantaggiate, cosa che accade di meno in altri paesi OCSE.

Ma perché gli studenti italiani che studiano il doppio a casa di quelli finlandesi, e coreani non hanno gli stessi risultati scolastici ad esempio in matematica? Finlandesi e coreani che svettano nelle classifiche sulle competenze scolastiche, dedicano, infatti, allo studio in media meno di tre ore la settimana, meno della metà degli italiani. Anche Inglesi, Francesi e tedeschi hanno risultati migliori in matematica e studiano a casa molto meno dei nostri studenti!

 

 

Fig. 2 Prestazioni degli studenti di quindici anni nell’area OCSE in Matematica (punteggio di riferimento 500 punti). Rapporto OCSE PISA 2012.

L’OCSE stessa fornisce la risposta a questo mistero della scuola italiana. Dopo circa quattro ore la settimana di “compiti” a casa, il tempo in più investito sui libri ha effetti trascurabili sulla performance; nel caso dei nostri studenti cinque ore di compiti a casa sono inutili!

Altre caratteristiche del sistema scolastico di un paese, come la qualità dell’istruzione, l’infrastrutturazione tecnologica e l’organizzazione delle scuole hanno un’importanza maggiore. Ora è proprio su questo che vogliamo porre l’accento. In Finlandia, ad esempio, viene investito in istruzione, formazione e ricerca il 7,1 del PIL in Italia, un risibile 0,8 per cento. Ma è a livello metodologico e tecnologico che il gap tra la scuola italiana e quelle più avanzate è davvero elevato. I nostri insegnati sono molto preparati ma lavorano all’interno di un sistema che presenta elementi di radicale inefficienza, rispetto a quelli dei nostri cugini OCSE. Io credo che molte di queste difficoltà potrebbero essere superate elevando drasticamente il tasso di digitalizzazione dell’infrastruttura scolastica: vediamo perché.

 

L’assenza di infrastruttura tecnologica impedisce di cambiare la didattica

 

Come abbiamo più volte rilevato in questa sede, infatti, e secondo i dati forniti anche dal documento governativoLa buona scuola in Italia solo il 9%, secondo le stime più ottimistiche, delle classi è connesso ad internet. Nei paesi con i migliori risultati nei test OCSE-PISA, questa percentuale supera sempre l’80%. Noi crediamo che essere “connessi” in classe offra agli insegnati e agli studenti un insieme di opportunità molto maggiore più rispetto a insegnati e studenti che si trovano a operare in classi “non connesse”. Analizziamo più in dettaglio le differenze:

a) Accesso diretto a contenuti disciplinari che possono fare la differenza

Il semplice accesso a Internet in classe offre la possibilità di accedere a una quantità di contenuti on-line e di ambienti di apprendimento disciplinari free disponibile on-line che evidentemente non posso che migliorare il tasso di preparazione e di motivazione degli studenti. Nel caso della matematica, oggetto dell’indagine OCSE-PISA cui ci riferiamo, la differenza è lampante. Ad esempio chi ha accesso a Internet in classe può usufruire e utilizzare le “classi virtuali” i video, e i contenuti del progetto Khan Accademy. Si tratta di un’organizzazione educativa no profit creata nel 2006 da Salman Khan, un ingegnere statunitense originario del Bangladesh. L’obiettivo dichiarato, di questo progetto è quello  di “fornire un’educazione di alta qualità a chiunque, dovunque”, il sito dell’organizzazione raccoglie (a metà del 2013, oltre 4000 video-lezioni, caricate attraversoYou Tube),che toccano un’ampia gamma di discipline; in particolare la matematica ma anche la fisica, la chimica, la biologia, l’astronomia, l’economia. Ciascuna lezione dura all’incirca dieci minuti ed è corredata di esercizi e di tracce di lavoro da svolgere nella classe virtuale che ciascun docente può crearsi gratuitamente. I contenuti di Khan Accademy sono disponibili anche in versione italiana a questo indirizzohttps://it.khanacademy.org

 

b) Risparmio di circa il 60% sui contenuti per l’apprendimento

Nei paesi più sviluppati gli studenti non devo più portare a scuola pensanti cartelle piene di libri cartacei che nella maggior parte dei casi vengono utilizzati sono in minima parte. Gli studenti vanno a scuola solo con un notebook o un tablet che garantisce loro l’accesso sia all’ambiente virtuale/registro elettronico della scuola che ai contenuti digitali per l’apprendimento creati e prodotti dagli editori specificamente per i supporti digitali. Negli USA e nel Regno Unito il risparmio per le scuole e le famiglie si aggira, appunto,  intorno al 60%, ove scelgano la versione digitale degli Handbook per la scuola. Questo perché gli editori anglosassoni e del Nord Europa hanno deciso autonomamente al contrario di quelli di casa nostra di farsi sul serio concorrenza sul nuovo supporto digitale come dimostra il market place on-line Course Smart. E’ ovvio ed evidente a tutti il vantaggio e non solo quello per le schiene degli studenti, ma soprattutto quello per il budget delle istituzioni formative e delle famiglie;

 

c) Gestione  diretta dei compiti da parte degli insegnanti: meno ore di lavoro a casa per genitori e studenti
E’ veniamo al punto che ci interessa di più in questo contesto e cioè il problema dei “compiti a casa” da cui siamo partiti. E’ chiaro che nei paesi dove Internet e le metodologie didattiche attive legate all’utilizzo delle tecnologie in classe sono più diffuse (Ferri, P.  Come sarà la scuola dei veri  Nativi Digitali? Il futuro nella flipped classroom) minore è il numero di ore che vengono dedicate ai “cosiddetti” compiti a casa. Come accade appunto in Finlandia e Corea e negli altri paesi ad alta integrazione delle tecnologie nei sistemi di apprendimento. L’adozione, infatti, di metodologie didattiche attive, riduce drasticamente la quota di apprendimento nozionistico necessario agli studenti. Il “lavoro dello studente” si trasforma in lavoro di ricerca e approfondimento, guidato, in classe o a casa, dall’insegnate. La barriera tra casa e scuola viene abbattuta attraverso l’adozione di Ambienti virtuali per l’apprendimento che permettono all’insegnate di gestire direttamente il lavoro a casa degli allievi. In questo modo gli studenti “attivati” e attivi sulla rete e in classe non debbono più passare ore a casa a studiare, per lo  più a memoria, i contenuti spiegati in classe dall’insegnate. A scuola e con la guida dell’insegnate lavorano concretamente a risolvere problemi, applicando i principi dellearning by doing di Dewey.

 

Conclusioni

Siamo partiti da un problema molto sentito dai genitori italiani quello dell’eccesso di compiti a casa rispetto al risultato scolastico segnalato dall’OCSE. Ricordiamoci che secondo le stime delle associazioni dei consumatori le “ripetizioni” costano ai genitori italiani tra i 150 e 200  milioni di euro all’anno (tutti in nero!) e siamo pervenuti ad una conclusione interessante. Anche in questo caso un uso “sensato” e metodologicamente corretto delle tecnologie digitali per l’apprendimento può risolvere sia il problema dei week end di genitori e studenti che quello dei budget familiari investito in libri cartacei e in ripetizioni. Con i 150 milioni risparmiate in “ripetizioni” forse anche gli stipendi dei docenti italiani – i più bassi d’Europa – potrebbero essere aumentati e resi più dignitosi, migliorando in questo modo anche la preparazione dei nostri studenti che studiano tanto e apprendono poco o comunque molto meno di quanto potrebbero.

 

26 Gennaio 2015

http://www.agendadigitale.eu/competenze-digitali/1296_studiare-tanto-e-imparare-poco-il-gap-digitale-della-scuola-italiana.htm

Alle Elementari le scienze in inglese

Il ministro Giannini: i nuovi assunti non possono cambiare sede per tre anni. La matematica? Il problema è la preparazione degli insegnanti

di Gianna Fregonara

Il ministro Stefania Giannini  all’inaugurazione dell’anno accademico all’Istituto tecnico agrario Sereni di Roma (Ansa/Maurizio Brambatti)Il ministro Stefania Giannini all’inaugurazione dell’anno accademico all’Istituto tecnico agrario Sereni di Roma (Ansa/Maurizio Brambatti)
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E’ conto alla rovescia per il decreto che entro la fine di febbraio dovrà fare la sintesi del progetto buona scuola.
Ministro Giannini, sono confermati i 140 mila assunti?
«Saranno tutti assunti il primo settembre e dovranno restare almeno tre anni nel posto che scelgono».
Cinquantamila circa copriranno le cattedre disponibili, gli altri ottantamila formeranno l’organico funzionale, in media due insegnanti in più per ogni istituto.
«Copriranno le supplenze, si occuperanno di alcune nuove competenze come la logica, l’educazione alla salute e all’ambiente e l’insegnamento lingua inglese, la lingua italiana per stranieri».
E’ prevista la formazione di questi prof? Con che fondi?
«Non subito, probabilmente durante l’anno. I fondi li troveremo, useremo i risparmi dell’abolizione delle supplenze. Ieri intanto ho stanziato altri 50 milioni per le spese correnti delle scuole».
Cosa cambia per i ragazzi?
«Il nostro è uno sforzo per traghettare la scuola dal Novecento al nuovo secolo, senza smantellare la base teorica che poggia sul sistema delle conoscenze. Aggiungeremo alcune competenze nel curriculum, ma quello che più ci interessa è che ci siano insegnanti preparati, motivati e aggiornati e che i singoli istituti funzionino. Saranno i bambini che inizieranno l’anno prossimo le elementari quelli che beneficeranno del tutto delle novità».
Che novità sono previste per le elementari?
«Nelle quarte e quinte oltre alla musica e all’educazione fisica con insegnanti specialisti da settembre ci sarà la possibilità di avere veri e propri professori di inglese che insegneranno, in compresenza con la maestra, una materia in inglese, il cosiddetto Clil».
C’è un numero sufficiente di insegnanti di lingua inglese? Nelle superiori sono dieci anni che si arranca e quest’anno i Clil per la maturità che doveva diventare obbligatorio non è partito…
«Abbiamo insegnanti per cominciare, poi si tratterà di orientare i concorsi, a partire dall’anno prossimo. So che ci vorrà del tempo,noi impostiamo un modello nazionale per la prossima generazione di insegnanti di inglese».
La materia in lingua inglese si farà anche alle medie?
«Per ora no. Ma i presidi potranno usare l’organico funzionale. Dal prossimo concorso avremo anche docenti di italiano come seconda lingua per i bambini non madrelingua».
Si è parlato di soglie o di quote riservate agli stranieri?
«No, direi di no. L’integrazione non è questione di quantità ma di qualità».
Scuola del futuro: non si può non parlare del digitale. L’Inghilterra ha introdotto due ore obbligatorie di programmazione alla settimana. E da noi?
«Ci rendiamo conto che non basta dare Ipad, computer o lim, né giocare con gli strumenti informatici. Ma non ci saranno ore di coding come disciplina, penso invece a lezioni di logica o a progetti specifici usando il personale a disposizione già alle elementari».
E alle superiori cosa cambierà?
«Arte sarà estesa con un’ora aggiuntiva in tutti e cinque gli anni dei licei, si sta studiando come inserirla nei tecnici e professionali, magari in modo facoltativo. Inseriremo anche un’ora di economia in terza e quarta superiore».
Gli studenti italiani sono in genere poco brillanti nelle materie Stem, cioè scientifiche, matematica in testa.
«Questo non è un problema di orario, ma di preparazione degli insegnanti e di condizioni dell’apprendimento».
Il Pd ha votato un risoluzione sul curriculum personalizzato, la riforma lo prevede?
«No, non si potrà personalizzare il curriculum. Ma con l’organico funzionale ogni scuola può ampliare la propria offerta e proporre progetti e materie in più».
Sugli scatti di merito ai prof avete fatto dietrofront?
«No, la proposta della buona scuola era provocatoria. Circa un quarto dello scatto sarà di anzianità, il resto sarà calcolato con i crediti guadagnati nel triennio dagli insegnanti. Mi piacerebbe che ci fossero dei criteri nazionali che se raggiunti daranno il diritto alla parte di scatto di merito».
In Italia non ci sono prof giovani. E i 140 mila precari non abbassano l’età media.
«Vogliamo smaltire le graduatorie e dal prossimo concorso avremo insegnanti più giovani e preparati per le esigenze della scuola del futuro. Tra dieci anni l’età media sarà scesa di almeno 3-4 anni».
Che cosa farete contro l’abbandono scolastico, vera piaga del sistema italiano?
«Non c’è una misura specifica, ma vorrei ripartire dal lavoro della Moratti sugli istituti professionali, aumenteremo le ore in azienda, da 70 a 200 nel triennio dei tecnici, al Sud cercheremo di coinvolgere anche il pubblico. Sarà determinante l’organico funzionale».
Nel decreto non c’è la riforma dei cicli, della scuola media. Perchè?
«Se non hai scuole autonome e un organico responsabile, cambiare l’ordinamento non serve a nulla. Vedremo più avanti».
I suoi rapporti con il Pd non sono idilliaci.
«C’è una certa cacofonia ma io lavorato bene sia con il sottosegretario Reggi che con Faraone. Il Pd tende giustamente ad essere molto protagonista».

Scenari “sostenibili” per le tecnologie scolastiche

Come le tecnologie digitali possono sostenere processi di costruzione di significato a scuola

tecnologie scolastiche

Abstract

L’intervento ha inteso focalizzare due aspetti cruciali relativi all’utilizzo delle tecnologie digitali a scuola: la motivazione all’uso, al di là delle “mode” e della retorica delle tecnologie eternamente “nuove”, e l’uso di strumenti di base come elementi abilitanti per il cambiamento organizzativo e didattico.

Per quanto riguarda il primo punto, la riflessione parte dalla competenza digitale. Si tratta di una delle otto competenze chiave per l’apprendimento permanente individuate dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea nel 2006 e richiamate dalle Indicazioni Nazionali per il Primo Ciclo di istruzione come “orizzonte di riferimento” verso il quale orientare il curricolo.

 

Il problema è: chi, nella scuola, si deve occupare di favorire lo sviluppo di tale competenza? È stato più volte ribadito, anche da parte di fonti ministeriali, che la competenza digitale è da considerare una competenza trasversale, per la quale non si prevede una specifica “materia” di studio.
Ne deriva che tutti i docenti, a partire dalla scuola dell’infanzia e progressivamente con maggiori coinvolgimenti negli ordini e gradi superiori, devono farsi carico di promuovere negli studenti le abilità e le competenze digitali, senza lasciarsi fuorviare dai facili miti come quello dei “nativi digitali” che vorrebbe i più giovani “nativamente” abili nell’uso delle tecnologie. L’uso strumentale e l’abilità manuale non sono in discussione, mentre vanno sviluppate le competenze più legate all’uso cognitivamente significativo e alla responsabilità e consapevolezza della “vita” in un mondo tecnologicamente avanzato.
È questa pertanto una ragione più che sufficiente e convincente affinché i docenti si interessino alle tecnologie, superando definitivamente quel gap di competenze che ancora li vede spesso – con le dovute, rilevanti, eccezioni – ancorati alla dimensione analogica e fondamentalmente basata sul mezzo cartaceo, a partire dal libro di testo.
Cosa si può fare per avvicinare gli insegnanti al “mondo digitale”, considerando che i diversi “piani” di formazione che si sono succeduti negli scorsi decenni non sembrano avere portato risultati di rilievo?
Un’ipotesi di lavoro, che è qui presentata, riguarda l’uso di strumenti di base come l’e-mail, i calendari, i documenti condivisi. In sintesi, tutta la tecnologia fondamentale che è usata quotidianamente in tutti gli uffici e i luoghi di lavoro ma che, a scuola, incredibilmente ancora stenta a trovare diffusione generale.

L’idea è quindi quella di abituare i docenti all’uso quotidiano di queste tecnologie, in modo da consentire loro di acquisire una progressiva consuetudine almeno con i principali software, in una modalità, il cosiddetto Cloud computing, che consente di integrare facilmente sia computer sia altri dispositivi anche personali (tablet, smartphone) e che offre notevoli prospettive anche per la didattica.
L’esperienza presentata al Convegno è relativa a un Istituto Comprensivo di grandi dimensioni (include 5 scuole dell’infanzia, 6 primarie e 3 secondarie di primo grado), nel quale, al momento dell’ingresso del relatore dell’intervento come Dirigente scolastico, nel settembre 2012, la comunicazione interna era pressoché esclusivamente cartacea e basata soprattutto sul fax.
Il primo passo è stato quello di introdurre le Google Apps for Education, una versione speciale delle applicazioni Google Apps Business, ovvero le app dedicate al mondo aziendale e offerte a pagamento alle aziende. La versione Education, che conserva tutte le caratteristiche tecniche del servizio Business, è invece destinata alle scuole ed alle università ed è disponibile gratuitamente, pur mantenendo tutte le garanzie in termini di sicurezza e privacy esclusive della versione aziendale e non disponibili in quella per utenti privati (il diffuso servizio GMail).

Le GAfE mettono a disposizione infatti una vasta gamma di applicazioni di tipo cloud, ovvero utilizzabili via web, senza alcuna installazione di software sui computer degli utenti, i quali accedono semplicemente attraverso un qualunque browser o app, nel caso si utilizzino dispositivi come tablet o smartphone.
L’applicazione principale è la posta elettronica: il primo passaggio è stato infatti l’assegnazione di un indirizzo e-mail “di istituto” ad ogni docente e al personale ATA. L’indirizzo e-mail funziona anche come account personale per l’accesso alle altre applicazioni.
La posta elettronica è il centro nevralgico delle comunicazioni. Attraverso l’e-mail sono diffuse le circolari e le notifiche relative alla condivisione di impegni e documenti.
Drive è l’app che gestisce la condivisione di documenti. Rispetto ad altre soluzioni cloud, Drive include le applicazioni per operare direttamente sui documenti. In pratica l’applicazione consente la scrittura collaborativa, anche in tempo reale, per cui più utenti possono operare sullo stesso documento contemporaneamente. Questa è l’applicazione che ha maggiori potenzialità nell’uso didattico.

Con l’applicazione Calendario si possono realizzare calendari condivisi degli impegni scolastici, costantemente aggiornati e accessibile pubblicamente dal sito web dell’Istituto. Ogni docente può inoltre creare i propri calendari personali, anche eventualmente da condividere con gli alunni e le famiglie.
Infine, con l’app Sites si ha la possibilità di creare siti e pagine Web in modo semplice, utilizzando soltanto un’interfaccia simile a quella di un normale programma di videoscrittura.
Per la diffusione completa del sistema tra tutto il personale dell’Istituto è stato necessario un tempo di circa un anno, nel quale si è realizzata anche una formazione di tipo “leggero”, basata su brevi incontri dedicati a funzioni specifiche, video, documentazione inviata tramite e-mail.
La ricaduta sulla didattica è già in atto, perché alcuni insegnanti della scuola secondaria hanno iniziato ad attivare account anche per gli alunni (le Google Apps for Education consentono di creare account limitati, che non possono interagire con l’esterno del dominio scolastico) e a utilizzare principalmente Drive e i potenti documenti condivisi (testi, presentazioni, fogli di calcolo).

È naturalmente ancora presto per trarre conclusioni: per il momento si può registrare un gradimento decisamente alto tra gli insegnanti i quali apprezzano soprattutto la facilità d’uso e le grandi potenzialità comunicative del sistema.

 

Insegnanti social network e il codice di condotta

di Andrea Patassini

Partiamo dal fatto vero e proprio. Il 7 gennaio 2015 l’Osservatorio sui Diritti dei Minori, un comitato scientifico costituito nel 2000 e composto da esperti e tecnici impegnanti nei campi dell’educazione, della psicologia, della sociologia, dell’infanzia e della tutela dei minori, diffonde un comunicato stampa intento a sollevare il problema dei docenti troppo confindenti con gli allievi attraverso Facebook. Quali sono le motivazioni? Secondo l’Osservatorio, che su questo ha ricevuto insistenti segnalazioni da parte dei genitori, sono emersi troppi casi in cui insegnanti e dirigenti scolastici stringono “amicizie virtuali” (le virgolette sono riportate nel testo del comunicato) con i propri studenti; concedono agli stessi studenti il “tu” nelle interazioni online; adottano linguaggi sconvenienti, si lasciano andare in liti online e infine: “lanciano strali nei confronti di amici, colleghi o riferimenti della vita pubblica, con i propri alunni spettatori di cotanto teatrino, per cui risulta molto difficile immaginare che gli stessi autori possano entrare in classe ad impartire autorevolmente lezioni”.

A conclusione del comunicato stampa l’Osservatorio sui Diritti dei Minori chiede l’intervento del MIUR attraverso una regolamentazione della presenza dei docenti sui social network, con specifici accorgimenti di verifica della condotta da parte delle istituzioni scolastiche. Vorrei brevemente illustrare cosa a mio avviso non funziona in una proposta simile. Del caso parlano Alex Corlazzoli e Maestro Roberto.

Prima di tutto è bene chiarire che le problematicità illustrate nel comunicato, seppur sinteticamente, esistono e non devono essere sottovalutate. Affermare che tutto ciò non sussiste, in nome delle opportunità che i social network oggi offrono, significa rifiutare di comprendere il tema nella sua complessità. Leggendo il comunicato dell’Osservatorio ci si trova però di fronte al solito atteggiamento: limitare e/o regolamentare prima ancora che formare e soprattutto creare consapevolezza. Nel caso delle tecnologie digitali e del loro rapporto con l’educazione poi, tale atteggiamento si ripresenta ciclicamente. Mettere alla luce un uso, da parte dei docenti, poco costruttivo di Facebook dovrebbe prima ancora che far scattare la molla della regolamentazione rendere consapevoli del reale problema a monte, ovvero la mancata costruzione in questo paese di una reale e diffusa cittadinanza e consapevolezza digitale. Questo è il nodo della questione. Al di là dei proclami e delle lotte sterili tra fazioni opposte (digitale sì-digitale no), il tema che la collettività, compreso quindi l’Osservatorio sui Diritti dei Minori, dovrebbe impegnarsi a sostenere è quello di creare consapevolezza delle opportunità della rete e dei suoi strumenti. Nel mondo della scuola significa mettere insieme le forze per creare reali progetti, lontani dai proclami, utili a migliorare e innovare la didattica anche con le opportunità espresse dalle tecnologie digitali e da strumenti come i social network. In questo blog diamo rilievo ad esperienze didattiche coerenti con questi intenti (qui e qui due esempi interessanti), sostenute con fatica da insegnanti che con spirito di intraprendenza e voglia di sperimentare tentano di aprire nuove strade per la didattica a scuola. A dimostrazione che una regolamentazione per nulla attenta all’uso costruttivo che dei social network si fa a scuola, limiterebbe di molto la portata di innovazione alla didattica offerta dal digitale.

Attenzione, porre consapevolezza del mezzo non significa limitarsi ad illustrare le caratteristiche tecniche degli strumenti digitali e il loro corretto uso, ma significa soprattutto affrontare i cambiamenti che questo regime comunicativo offre dal punto di vista didattico, conoscere e approfondire come la relazione digitale tra docente e studente nelle attività didattiche crei nuovi scenari per l’apprendimento e muti la stessa didattica in classe. Comportamenti esasperati da parte di insegnanti sui social network e registri comunicativi poco inclini al ruolo che si ricopre sono spesso ricondotti alla sottovalutazione del pubblico presente. Il sapersi relazionare con unaudience, se ricondotto alla logica dei social media, oggi è un compito che spetta a tutti coloro che abitano gli spazi di rete, con la consapevolezza non solo dei rischi che si corrono, ma anche delle sfide comunicative da fronteggiare. Vale per tutti, compresi gli insegnanti della scuola.

Sembra quasi un controsenso: la scuola che dovrebbe essere il fulcro per far maturare nel paese una reale consapevolezza digitale, potrebbe trovarsi nella condizione (indicata da questa proposta dell’Osservatorio) di dover spendere tempo ed energie per regolamentare la presenza sui social network degli insegnanti.

 

https://ltaonline.wordpress.com/2015/01/23/insegnanti-social-network-e-il-codice-di-condotta/

Ocse, studenti italiani tra i più carichi di compiti a casa

Gli studenti italiani non brilleranno nelle classifiche mondiali sulle competenze, ma sono tra i più carichi di compiti a casa del globo, anche se le ore passate sui libri dopo la scuola si sono ridotte nell’ultimo decennio. Secondo un rapporto dell’Ocse, i quindicenni della penisola trascorrono in media quasi 9 ore la settimana a fare i compiti contro una media Ocse di 4,9 ore. E’ il dato più elevato tra i paesi dell’area, anche se rispetto al 2003 i liceali italiani hanno tagliato di quasi 2 ore il tempo dedicato allo studio in aggiunta alle lezioni scolastiche. Un calo peraltro comune a tutti i paesi (la riduzione media è però di un’ora), forse legato ai metodi di insegnamento o al maggior tempo dedicato a Facebook o a ‘chattare’ via telefonino.

L’Italia si distingue anche per il divario tra gli studenti socio-economicamente avvantaggiati che dedicano ai compiti a casa -all’incirca 11 ore  la settimana – e quelli con un background meno fortunato che non vanno oltre le 6 ore. E’ la differenza maggiore dell’intera Ocse e rischia di accentuare le disparità nella performance individuale degli studenti.

Come rileva il rapporto, i ragazzi che trascorrono più tempo sui compiti a casa tendono ad avere migliori risultati nei cosiddetti test Pisa, che valutano le competenze matematiche, scientifiche e di lettura dei ragazzi. In particolare ogni ora di studio in più vale circa 17 punti a livello individuale nei test internazionali Pisa di matematica in Giappone e a Singapore.

In generale lo studio a casa è maggiore, oltre che per gli studenti più fortunati socio-economicamente, per i ragazzi che frequentano scuole in centri urbani rispetto alle scuole rurali e nelle scuole private rispetto alle pubbliche. I veri stakanovisti dello studio si confermano comunque i liceali non-Ocse di Shanghai (primi al mondo in matematica) che dichiarano di dedicare ai compiti a casa almeno 14 ore la settimana. Gli studenti finlandesi e coreani, che svettano a loro volta nelle classifiche sulle competenze scolastiche, però dicono di dedicare allo studio in media meno di tre ore la settimana.

Del resto, rileva l’Ocse, l’evidenza dei rapporti Pisa 2009 suggerisce che dopo circa quattro ore la settimana di homework, il tempo in più investito sui libri ha effetti trascurabili sulla performance. Insomma, il tempo medio che gli studenti trascorrono a fare i compiti a casa tende a non essere collegato all’andamento complessivo di un sistema scolastico. Altre condizioni, come la qualità dell’istruzione e l’organizzazione delle scuole hanno un’importanza maggiore.

da repubblica.it

Qual è l’ identikit del docente meritevole?

da La Tecnica della Scuola

Qual è l’ identikit del docente meritevole?

Lucio Ficara

Il Piano “Buona Scuola” sembra delineare una tipologia di “insegnante meritevole” legata più alla quantità del lavoro svolto che non alla qualità. La didattica potrebbe risentirne pesantemente

Il concetto di merito professionale degli insegnanti corre sul filo della massima soggettività, ognuno di noi, a seconda del proprio modo di valutare, ha un metro valutativo personalizzato. Quindi fare un identikit preciso di cosa si intenda per docente meritevole, diventa, proprio per l’estrema soggettività del modo di valutare, un compito veramente arduo se non addirittura impossibile.
Eppure dalle linee guida della riforma della scuola, pubblicate dal governo Renzi il 3 settembre 2014, sembrerebbe esistere già l’identikit del  docente meritevole. Chi sarebbe costui? È quel docente che si presterà a svolgere diversi compiti a scuola oltre le canoniche ore di lezione in classe. Chi sarà disponibile, oltre l’orario di servizio svolto nelle proprie classi, a svolgere corsi di recupero, di approfondimento o sarà disponibile a sostituire i docenti assenti, senza alcuna retribuzione aggiuntiva sarò considerato meritevole di ricevere qualche credito didattico.
Chi sarà disponibile a seguire corsi di formazione e aggiornamento, avrà in cambio qualche credito formativo, chi dedicherà del tempo all’organizzazione del lavoro riceverà in premio i cosiddetti crediti professionali.
La raccolta triennale di questi crediti didattici, formativi e professionali, servirà, come è scritto nel patto educativo tra Renzi e la scuola,  a far uscire i docenti dal “grigiore” dei trattamenti indifferenziati. Quindi la quantità di tempo dedicata a permanere a scuola è condizione necessaria per essere considerato tra i papabili meritevoli. Per cui tutti quei docenti che svolgono perfettamente il loro lavoro in classe e vorrebbero continuare a farlo, passando i loro pomeriggi a preparare lezioni e correggere compiti, pagheranno un trattamento “differenziato” di chi non vuole rendersi disponibile per altre funzioni aggiuntive all’insegnamento curriculare. L’equazione che si vorrebbe porre è: vuoi fare il docente curricolare nelle tue classi e prepararti le tue belle lezioni ed onorare la tua programmazione didattica nella piena libertà d’insegnamento? Allora non potrai rientrare tra i meritevoli in quanto non ti verranno assegnati crediti. Ma allora non si vuole premiare la buona didattica curricolare, fatta di studio, programmazione, e serietà professionale, ma piuttosto si vuole creare una competizione al ribasso fatta di disponibilità a svolgere le mansioni più disparate.
Se così fosse, si andrebbe a premiare la quantità e non la qualità del lavoro. Si cerca di creare la competizione a dare la propria  disponibilità ad essere utilizzati per tenere aperte le scuole anche il pomeriggio e farle funzionare per tutte le attività extra-curricolari. In buona sostanza questo metodo di valutare il merito, sarebbe fortemente sbilanciato verso quei docenti che non amano la didattica da svolgere in classe, ma amano progettare, fare corsi e corsetti, seguire tutti gli aggiornamenti possibili e immaginabili, andare a tutti i viaggi d’istruzione che si svolgono durante l’anno scolastico, quelli che oggi fuggono dalle classi per svolgere , con il bene placito del dirigente scolastico, le collaborazioni di direzione di ogni natura.
Andiamoci piano con questa tipologia di merito e teniamo conto che il docente meritevole è principalmente colui che svolge bene il suo curricolare e per svolgere al meglio il proprio dovere, rifiuta altri compiti perché incompatibili con la delicata funzione docente.

La Buona Scuola, Renzi: “Dateci una mano”

La Buona Scuola, Renzi: Dateci una mano

 

Fra le novità presentate, anche il via a una grande consultazione pubblica che avrebbe dovuto permettere al cuore del paese di esprimersi su una riforma cruciale, che, come ha notato Roberto Saviano , quasi ogni cambio di legislatura propone come rivoluzione.

Le consultazioni online, quindi, dovrebbero essere il segnale di un netto cambio di passo rispetto al passato. Il ministro Giannini, nel videoforum ospitato da Repubblica.it , l’ha voluto ribadire due volte: «A memoria, non ricordo di un provvedimento prima discusso con i cittadini e le parti in causa e poi portato all’attenzione del legislatore», ha detto: «non si è mai fatto qualcosa del genere per la scuola. Mi pare che, sul tasso di democraticità, non si lasci spazio a dubbi».

Forse anche per questo nella sua eNews del 5 ottobre il premier Renzi ha scritto: «Per il momento abbiamo avuto 23mila risposte al questionario su internet, oltre 150 dibattiti già organizzati nei prossimi due mesi, giornate di mobilitazione in quasi tutti i comuni. Sarà la più straordinaria riforma dal basso mai fatta in Italia». Nonostante l’ottimismo ci tiene a chiedere: «Mi date una mano?», «tutte le volte che entro in una scuola, da Palermo a Ferrara», ricorda: «mi rendo conto che la mia priorità – prima di qualsiasi manovra, riforma, rottamazione – è restituire dignità e futuro alla scuola italiana».

E dal ministero confermano: più di 30mila persone sono già intervenute. Oltre 300mila sarebbero i contatti sul sito. Ma ancora non è abbastanza, e dal 20 al 25 ottobre sono previsti incontri e dibattiti in tutte le città. Mentre il “tour” del ministero all’Istruzione oggi passerà dall’Aquila e a Torino. Per portare più voci, fra le 8 milioni di persone, insegnanti, studenti e famiglie coinvolte, a dire la loro.

da http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/10/08/news/la-buona-scuola-che-non-c-e-un-flop-le-consultazioni-online-1.183309